LEVITAZIONE NATURALE DEL BUON MARINO
Questa storia si svolge nel bar accanto a piazza Roma, nel paesino di X, sito a novecento metri sul livello del mare: rispetto al bar in fondo al mare, quindi, ventimila leghe e rotti più in su.
Al lettore basta sapere che X non ha nulla di bello e nulla di brutto (nemmeno un anatroccolo dei suoi numerosi pollai) nulla per cui valga la pena dargli un nome per incentivarne il turismo.
“BAR” oppure “AR”o “BR” o “BA” dice l’insegna al neon all’entrata del Bar a seconda delle lettere che hanno voglia di accendersi di volta in volta.
Quella sera la luce sopra la porta sembrava dare un’onomatopea alla serata gelida fuori illuminando un “BR” che metteva i brividi al cliente che stava per entrare.
Questi era Marino Sale, figlio di Francesco Sale, quest’ultimo uomo di grande senso dell’umorismo che, con un cognome come Sale ed un erede cui dover dare un nome, aveva ceduto al suo humor ed aveva chiamato il figlio Marino…fosse stata una femmina aveva già meditato di chiamarla Gemma.
Marino Sale aveva sete, quella sera...per via del suo nome o, più probabilmente, perché voleva dimenticare qualcosa di troppo, come la recente morte del padre. Proprio come suo papà, anche Marino era buono come il pane ed era di una bontà sincera: non faceva le buone azioni considerandole al pari di azioni di borsa e pretendendo in cambio una speculazione di bontà dell’altra gente nei suoi confronti. Nessun tornaconto: lui era buono per una sua legge interna superiore che gli faceva far fare del bene anche di fronte al male. .
Era talmente buono che, a trent’anni suonati, credeva ancora a quello che, da piccolo, la nonna Gertrude gli diceva, ossia che le persone buone salivano in cielo.
Dovete fidarvi di me quando vi descrivo Marino come una persona buona, senza un appiglio concreto, dato che siamo arrivati solo ora nella sua storia ( che poi tanto sua non è). Ma vi basti sapere che, se foste arrivati anche solo trenta metri di strada prima, lo avreste potuto vedere all’azione ( buona), mentre rialzava da terra un anziano ubriaco e fradicio per essere caduto nella gelida fontana della piazza di X e lo aveva accompagnato alla vicina canonica.
La neve sulle spalle del montone di Marino faceva fatica a sciogliersi perfino una volta entrato dentro al bar poco riscaldato, mentre gli sguardi glaciali di una manciata di avventori lo facevano sentire per ciò che era: un forestiero capitato lì direttamente dalla foresta, anzi dalla giungla d’asfalto cittadina, per essersi messo alla guida solo per riflettere.
Un collier di luci di un Natale che non sembrava aver intenzione di passare da quelle parti agghindava il collo di un cervo impagliato appeso alla parete di legno. “Anche lui è andato in cielo. Gli animali sono tutti buoni.” Aveva pensato.
Si era avvicinato al bancone con le sterpi nella gola e sperava di irrigarle con un buon boccale di birra.
Vicino alla porta d’entrata Davide masticava una Golia avendo la meglio su questa: cosa non poi così scontata come la leggenda vorrebbe, per la sua dentiera. Mentre sconfiggeva quella caramella seduto al tavolo, osservava il gesto magico del barista che abbassava la leva di legno e ottone per far entrare nel boccale la deliziosa birra che non poteva più bere. Stare seduto lì a guardare quello spettacolo era una tortura.
Dopo lo choc iniziale dato dalla diagnosi di epatite fulminante, ora, sulla distanza, iniziava però ad essere scettico sulla veridicità di quella frase del medico: - Un altro bicchiere d’alcoolico e lei finisce dritto dritto nella tomba, signor Donati!-
“ Ma quello cosa ne vuol capire? Quello lì è finito nella tomba il giorno in cui è nato. Non si è divertito neanche la metà, nella vita, di quanto mi sono divertito io. Fumare e bere sono stati i miei unici vizi. Quel medico della mutua è solo geloso di quanto io mi sia divertito nella vita mentre lui era impegnato sui suoi libri di scuola. Al diavolo! Ho imparato più io nei bar di lui con tutti i suoi libri. Al diavolo anche questo respiratore, queste cannette che mi si infilano nel naso come dei vermi ed il boccale di birra preferito.”
Golia, anzi, la golia che stava masticando, pur non essendo un gigante, si prendeva la sua vendetta su Davide Donati. Anzi, proprio perché si era fatta sottile sottile fino a diventare un disco nero, gli si era infilata nella trachea facendolo tossire.