Tracce d’aeroplano
di
Francesco Lolli
Copyright Francesco Lolli 2010
Smashwords Editions
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Ringrazio Diego Franciotta, il mio lettore e giudice.
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Introduzione
Sono un neurologo di ormai cinquantadue anni. I ricordi, potrei dire, sono un’immagine delle cose a cui siamo legati e che ci portiamo dietro. Io ho rilegato i miei ricordi in brevi racconti seguendo le tracce degli aeroplani che mi hanno sempre accompagnato (sono figlio di un pilota). Come molti, ho avuto paura che svanissero e volevo fissarli, per quanto anche la memoria non sia una fotografia della realtà, e i miei racconti siano solo delle istantanee, fotografie già un po’ sbiadite, e che vorrei materializzare scrivendo. Mi sono appropriato dei ricordi anche di persone, come Olivo e il Professor Cesare Musatti, senza un consenso che non potrei più ottenere. Dei miei genitori, ho colto solo il momento finale. Ora che loro possono vivere solo in me, non ho avuto la forza di scriverne di più. Finché l’aria fende le mie ali, i miei ricordi sono ora raccolti qui per Gloria.
Racconti
Storia di Olivo e del suo maiale
I guardiani della Martinella e l'urogallo di nonno Cesare
Vertigine posizionale benigna di Barany
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L'asino di Babbo Natale
Sto uscendo da una macchina così alta e lo spazio è grande sul sedile posteriore. E' una FIAT 600 ed io ho appena tre anni. Sono appena uscito dall'asilo e sto tornando a casa. Si avvicinano le vacanze di Natale, fa un po’ freddo ma ho un piccolo cappotto. Attendo i regali natalizi. Torniamo verso il villaggio azzurro, dove hanno ospitalità le famiglie dei piloti, in cielo passano gli aeroplani in fase di atterraggio nel vicino aeroporto. C'è un piccolo capannello di persone davanti all'ingresso. I bambini sono stati radunati e non so il perché. Scendere da quella che è in realtà una piccola macchina, è come un grande salto. All'ingresso, uno strano movimento. Un po' in anticipo arriva Babbo Natale dalla strada con un asino, con le sue lunghe orecchie a punta. Ma c'e' qualcosa di strano. Babbo Natale non ha quel suo strano animale con le corna, perché un asino? L'asino ha due grandi ceste piene di doni, di diversi colori, ma qualcosa non torna. L'asino è un po' nervoso e da qualche colpetto laterale. Arriva un contadino dall'altro lato della strada a calmarlo, Babbo Natale non sa cosa fare. L'asino è trascinato vicino ai bambini raggruppati sull'ingresso, ci sono anche tutti i genitori, che prendono i pacchi, che, scopriamo, contengono giocattoli, e ce li portano. In una gerla c'è un sacco di caramelle, che ci sono lanciate sopra la testa e cadono pesantemente sopra di noi. I bambini corrono a raccoglierle. Strano, ci è sempre stato detto di stare attenti alle macchine lì. Che strana la barba di Babbo Natale, prima è nera e poi diventa bianca, come di cotone. E com’è strana la faccia di Babbo Natale, ricorda molto il volto del maresciallo Evangelisti, amico di babbo e mamma. Questo può essere un Babbo Natale finto. Grido: "Aiuto, aiuto, non è Babbo Natale, non prendete le caramelle" e piango. Ne’ gli altri bambini ne’ i genitori mi danno retta. Solo l'asino s’innervosisce, da un colpo più forte e rovescia i regali. In quell'anno, il 1961, le auto erano così grandi come poi così non ne hanno più fatte, e Babbo Natale era stato sostituito da un impostore, perché non ce la può fare a visitare tutti bambini. Tornerà solo parecchi anni dopo. E’ il mio primo ricordo.
Storia di Olivo e del suo maiale
Rosina aveva una corporatura minuscola, viso roseo e carnagione molto pallida. Sul dialetto spiccavano alcune parole in buon italiano, pronunciate con modesto sforzo. Il pomeriggio, per arrotondare la piccola pensione aiutava nella mia casa. Non aveva figli e come ogni madre o tata, aveva una pazienza infinita. Non ho molto altro da raccontare di lei ora. Scrivo per ricordare Olivo, suo marito. Siamo nel mezzo della pianura del nord d'Italia, anni 60. Vorrei poter dire che é vero tutto quello che scrivo, o almeno lo era per un bambino di 50 anni fa. Scrivo prima che il tempo lavi le tracce lasciate o accentui troppo i colori.
Di Olivo ricordo la carnagione olivastra e i bei baffi folti, molto comuni nella regione. La somiglianza ricercata, e non ammessa, era con Stalin. Le ossa, molto robuste, meno i muscoli. Aveva mani grandi e callose e così i piedi. Per lavorare nei campi, olivo calzava due zoccoli di legno molto rudimentali, che credo si fosse intagliato da solo. In casa entrava solo dopo essersi pulito con molta pazienza, e indossando scarpe di cuoio molto spesso, come ora non esistono più. Raramente solo per andare in centro paese, per accompagnare Rosina alla messa o per qualche affare ha nascosto in casa un paio di scarpe più raffinate per l'inverno e un paio di sandali per l'estate. Olivo parla solo in dialetto. Capisce l'italiano della radio, allora ogni parola era scandita, e ascolta molto attento, come oggi si seguirebbe alla radio solo una notizia molto importante. Qualche volta deve farsi spiegare. In mia presenza, se ho difficoltà a capirlo, con fatica cerca di usare l'italiano, almeno per qualche vocabolo. Non riesce a costruire bene la frase, e allora protesta, in dialetto, spesso di nascosto. I suoi utensili per il campo se li é costruiti anch'essi da solo. Sono di legno, spessi e nodosi, solo le sue mani riescono a maneggiarli con forza. Ha costruito anche la sua casa a partire da una costruzione molto vecchia. Tutti gli uomini qui sono un po' muratori. Nello spazio della piccola aia prima dei campi ha anche piantato alcune viti. La porta di casa é piccola e ci si deve piegare per entrare o uscire. Alcuni metri davanti al portone si atteggiano a piccolo giardino. Entrati in casa, si raggiunge immediatamente la cucina e qui alla camera. Di sotto, in cantina, pendono alcuni salumi a stagionare, con buon profumo. Dalla cucina nello stesso piano si accede al piccolo salotto e alla minuscola "stanza" appositamente preparata per il maiale, separata con un cancello alto e robusto in legno. Il maiale fa quasi sempre molto rumore, nei suoi movimenti e nel mangiare.
Il salotto é uno spazio molto ristretto, con un piccolo divano e pieno di oggetti. Mi ricordo alcuni oggetti di murano, i bei pizzi di Rosina e della sua nonna, e una riproduzione in plastica del vaticano, ricordo di un viaggio con la parrocchia per vedere il papa fatto tre anni dopo il matrimonio. Il salotto, sempre perfettamente pulito, é isolato da qualsiasi altra attività della casa e ora é essenzialmente sfruttato per me, per isolarmi dalla polvere, e non farmi sporcare durante alcuni pomeriggi. L'intonaco é sempre bianchissimo, ma su alcuni angoli e vicino alla finestra manca qualche mattone per cui i soldi non sono bastati e lo spazio é riempito con paglia compressa. Olivo in un cassetto del salotto ha una riproduzione del Colosseo, in finto marmo, ricordo di un viaggio fatto con il sindacato, unico oggetto non religioso del salotto.
Il maiale, nonostante la sua grossa mole, é tenuto sempre pulito, e ha abbastanza spazio a disposizione. Olivo prepara per lui tre pasti al giorno con tutto quanto raccoglie nel campo e anche nel bosco. Cuoce tutto in una grande pentola sul fuoco nell'aia. Il rumore di questa preparazione agita il maiale nella sua stanza. Entrare allora nella stanza del maiale richiede una notevole forza e rapidità nel manovrare il cancello e impedire al maiale di fuggire. Il compito é riservato esclusivamente a Olivo. La vita e il tempo della casa é molto regolare, scandito dalle stagioni e dall’attività nei campi. Poche sono le cose che dall'esterno si affacciano alla casa. La radio è accesa alla stessa ora ogni sera, si ascolta in silenzio. Alcuni stampati sono della parrocchia. Nel cassetto del Colosseo alcuni fogli della cooperativa sociale; Rosina conserva in salotto alcuni fogli scritti a mano, come buste o lettere, in cui riconosco la calligrafia di mia madre. Sono conservati come esempio di bella calligrafia e ricopiati nella forma delle lettere per migliorare lo scritto. D'estate il salotto é fresco, d'inverno è riscaldato per la vicinanza della stufa della cucina e anche della stanza del maiale. Gli animali sono molti nel paese e la stalla é sempre vicina a casa. Qui é direttamente incorporata nella piccola casa.
Olivo lavora molte ore del giorno, dall'alba al tramonto. Il suo é uno sforzo fisico intenso. Può riposarsi sono nell'inverno, quando anche la terra riposa. La sera, al rientro, scalda l'acqua sul fuoco, fa un lungo bagno caldo e beve due bicchieri del suo vino. Il vino é forte e di qualità scarsa, dice, non lo fa assaggiare a nessuno.
Olivo si muove lentamente nel campo. Si ripara dal sole e dal freddo con lo stesso cappello a falde larghe. Fino al campo spesso non posso seguirlo, Rosina non vuole che mi sporchi. Mi vuole spiegare tutto delle piante e degli animali; qualche volta non riesco a capire il suo dialetto stretto. Io cerco sempre di seguirlo per vedere tutti gli animali che Olivo trova tra gli arbusti e sulle piante. Le stagioni non hanno segreti per lui. Non potrebbe vivere senza toccare la terra ogni giorno. Mentre seguiamo gli animali, raccoglie sempre qualcosa, bacche, ghiande, avanzi di mais, erbe che cuoce a lungo per il maiale. Il maiale apprezza il pasto con grande rumore. Ogni stagione ha i suoi segreti e lui segue ogni evento con precisione. Ogni pianta o arbusto gli annuncia qualcosa di importante. Nel campo,il rumore dei suoi zoccoli pesanti é ormai accettato anche dagli animali. La sera ha anche un compito importante, distribuisce l'acqua per conto della società idrica nei vari campi. Non ci sono contatori. Usa un sistema di vasche e chiuse di legno, artigianale e funzionale. Lo ripara da solo se qualcosa si rompe. Prima porta l'acqua dalla condotta principale alla vasca centrale. Riempita questa e sollevando piccole chiuse riempie in serie vasche periferiche fino ad arrivare a quelle dei singoli proprietari. Di qui irriga i singoli campi. Registra su un quaderno a quadretti i litri distribuiti ai singoli proprietari usando una grossa matita. Di sera in bella copia li riporta in doppia su un quaderno a righe e riempie lentamente il registro ufficiale che deve consegnare. E' l'unico momento della giornata che sta in casa, sul tavolo della cucina, con la luce elettrica accesa. D'estate qualche volta l'acqua é poca e lui cerca di distribuirla alla piantagione più sensibile. Un giorno della settimana, Il mercoledì se non ricordo male, riporta l'andamento delle irrigazioni e puoi concedersi con gli altri contadini un bicchiere di vino più buono all’osteria. É fiero del suo lavoro e delle responsabilità. Conosce molto bene l'andamento delle coltivazioni e per tutto è l'esperto super partes. Il sole, d'estate, é molto. D'inverno, c'é la nebbia, molta umidità e fango. Cammina allora molto lentamente sfruttando l'altezza degli zoccoli. Qualche volta si muove più lentamente e si ferma. Rosina ci accoglie da lontano chiamandolo, non é l'ora usuale, dapprima mi mette in salotto, Olivo ha talora voce più dura, altre volte preoccupata. Dal salotto riesco a sentire e a vedere attraverso il muro, sposto i mattoni di fieno, qualche volta non capisco le parole perché il maiale grugnisce o si sposta di continuo. Il movimento nella casa gli suggerisce il pasto e si gira nel suo spazio ristretto. Spinge il cancello col muso. Olivo ha dolore al braccio e respira profondamente. Rosina toglie dalla credenza l'olio benedetto di Lourdes e lo strofina sul braccio e petto di Olivo. Olivo é pallido e il dolore deve essere forte, anche se non dice nulla e non fa nessun rumore. Sta seduto e dopo un po' si rialza e si mette nell'aia ai lavori meno faticosi. Io sono lasciato a studiare in salotto.
L'attività del campo e le stagioni scandiscono la vita della casa, ma la stagione più bella é l'inverno. Vicino al fuoco ci sono storie da raccontare, e più tempo per stare assieme. La radio viene accesa anche nel pomeriggio. Le giornate sono allora cortissime e fredde, la nebbia é molta e non si vede il cancello di casa. Se Olivo si allontana un po’, si sentono solo gli zoccoli. Dalla direzione del rumore si può talora vedere il suo cappello che si muove. Imparo il nome, e riesco a vedere molti animali di cui non so nulla. Tutto sembra stare bene. La vita del paese a poca distanza é già lontana. In paese si va solo per la messa e per il dottore. Le notizie della città sembrano venire proprio dal di fuori, ma Olivo é molto attendo e dove non capisce cerca l'aiuto delle persone che hanno studiato o visto più di lui.
Nel centrino appoggiato sul piccolo tavolino del salotto appare a Natale una piccola Madonna di cristallo, regalo di mia madre. E' la Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori, che sono nell'aeroporto non lontano. Il riscaldamento della stufa é basso, e basta per la cucina. Il resto del calore della casa origina dal maiale, con il suo alito e odore. Anche d'inverno Olivo cerca qualcosa per il maiale raccolta nel campo e gli parla come fosse il suo cane. Il maiale é ora molto grosso, e a me fa paura quando spinge il cancello di legno. Il cancello é però molto robusto come tutte le cose che fa Olivo con le sue mani. Il maiale ora si gira con difficoltà e striscia sul muro che confina col salotto. Olivo oggi é in ritardo dal campo e Rosina mi porta in salotto. Ritorna e si sentono passi più lenti. Rosina prende una boccetta e la strofina sul braccio. Sento solo un po' il rumore. Dopo un po' per la prima volta parlano nervosi. É la prima discussione che sento. Olivo ha poco da costruire a casa. Mi porta nell'orto a vedere le gemme e mi spiega come cresceranno con primavera. Le gemme sono preziose e vanno accudite e protette dal freddo e dai parassiti. I dolori si ripetono nei giorni e aumentano le discussioni. Olivo a casa discute più a lungo con i vicini. Un carro raggiunge la casa con un carico di legno e concime. Alla fine del mese arriva qualche mattone per terminare la casa. Nello sforzo della muratura la pelle di olivo diventa più pallida, ma lui é sempre molto contento in questo momento. In primavera, il dolore colpisce anche nel campo Olivo, lui rallenta nel camminare e non dice nulla. Rosina prega alla madonna di Loreto.
Alla fine della primavera i dolori sono frequenti. Olivo porta una volta la mano destra verso il cuore e fa una smorfia. Questa mattina il dolore non passa. É molto intenso. Rosina corre verso casa del vicino e chiama il medico condotto con il telefono. Dopo poco passa dalla strada una delle poche automobili. Un’affidabile e gigantesca macchina americana di colore chiaro. Non può fare la curva per entrare nell'aia, si ferma al cancello bloccando la porta. Anche il dottore parla in dialetto e non capisco. Fa rapidamente un’iniezione a Olivo. Il dolore passa in 15 minuti e Olivo é inviato in città per un esame al cuore. Rosina cerca di non piangere e é tranquillizzata dai vicini. Da dentro la casa il maiale protesta in lontananza per il ritardato pasto. Sono riportato a casa dai miei genitori.
Il ciclo delle piante rallenta alla fine dell'autunno. Dopo la piccola vendemmia si ritorna a vivere di più in casa e anche i dolori di Olivo sono rallentati. Di pomeriggio per merenda si mangiano i salami che Olivo ha stagionato. I migliori li hanno venduti per la legna e i mattoni. Sono molto saporiti e ricoperti un po' della muffa della cantina, come si usa qui. In preparazione all'inverno tutti gli attrezzi sono stati lavati, riparati e riposti. Il cibo per il maiale é stato accatastato. Il rumore del maiale é ormai fortissimo. Il maiale non può più girarsi nel suo spazio. Olivo prende accordi con un vicino. Il pomeriggio successivo arriva il camion del macellaio. Olivo smonta parte del muro di lato per far uscire il maiale, smurando un blocco di mattoni. Il maiale é stato legato, ma si fa strada e si libera nell'aia. Il cancello é rimasto semiaperto. Olivo e il macellaio lo rincorrono, ma é impossibile fermarlo. Olivo, pallido, si deve fermare e porta la mano al petto. Il macellaio con una bastonata tramortisce il maiale. Rosina trova il tempo di portarmi in salotto. Più tardi sento arrivare il dottore. La sera quando esco nell'aia appeso é rimasto solo un quarto del maiale, la terra é intrisa di sangue. Il vicino viene a pagare e dopo pochi giorni arriveranno legno, provviste e mattoni. Per me é vicino un cambiamento.
Trenta anni dopo non é facile tornare al paese. I pensieri sono molti e vedo le case cambiate. Anche i muri sono diversi con i loro nuovi colori. Le pietre della strada sono ricoperte di una vernice plastificata. L'acqua non entra più sotto la strada, e la terra del paese é secca. Le case sono calde ma non crescerà più nulla. Per scaldarsi, non servono più gli animali. Il cielo é più basso, e non é più azzurro. Non ci sono più i pioppi a toccare il cielo grigio, solo qualcuno, dritto e piccolo, come un abbellimento. É questa la strada? Sono tante le case nuove, i campi molto lontani. Si va a lavorare col camion, e ci vuole un permesso. L'acqua é distribuita nei campi da sola, automaticamente, controllata da una centralina elettronica. Con la siccità sarà distribuita seguendo le indicazioni del satellite. Vedo l'aia. Com'é piccola. É ora incorporata in altre case. Ho già imparato da venti anni cosa sia l'angina pectoris e lo scompenso cardiaco, ma credo talora alla magia del massaggio di Rosina. Quel medico condotto non c'é più, e non c'é più nemmeno il suo modo di fare il dottore. Rosina non c'é più da qualche anno, e Olivo già da trentotto. Nel cielo ci sono ancora gli aeroplani, ma il traffico ne copre il rumore. Chi si ricorda di un vecchio ormai lontano, della sua piccola aia, della sua uva e del suo fastidioso maiale in casa?
Sento intenso il profumo della frutta troppo matura su un fico secolare lungo il muro medioevale della villa medicea. E' stranamente uno dei lati del mio ospedale. E' estate, non c'è nessuno nel sole caldo. Posso un po' camminare quassù, solo il telefono cellulare mi lega alla prossima guardia in ospedale. Sono solo poche ore di tranquillità a Ferragosto, e ogni anno circumnavigo l'ospedale. Riordino i ricordi per ricominciare. Non può essere un girotondo perché l'ospedale ha 4 lati, con angoli netti, i bordi di quello che era il parco della villa. E' un giorno che attendo dall'inverno. Nel lato ovest passa un torrente facendo piccole cascate. Nell'acqua, anche le anatre sono ferme oggi. L'ospedale nasconde il greto finalmente pulito. Lavoro vicino al piccolo ponte, e di qui, un po' dal basso, vedo i vecchi edifici dell'ospedale, demoliti uno a uno per fare spazio al nuovo. E' giusto che sia così, scompaiono i reparti dove anch'io ho imparato a fare il medico. Devono lasciare spazio. Solo il ricordo dei molti pazienti, del luogo dove ho ricoverato i miei cari, i vecchi servizi e loro storie, durano un po' di più in città. Nascono nuovi orgogliosi spazi, funzionali e moderni, in un’infanzia che passerà rapidamente. Ma a Ferragosto, nel quadritondo, si deve ricordare chi ci ha lasciato. Ogni anno ho un’aggiunta. Comincia lungo il muro della villa Medievale, il resto del famoso giardino degli artisti della famiglia dei Medici, così in disuso e sporco, ma l'ombra è comunque preziosa nell'afa. Qui trovo i pochi studenti rimasti. Sono contenti di questo piccolo spazio di riposo durante il lavoro. Qualcuno porta tanti libri, altri pochi. Parlano con discrezione, come per non disturbare l'ospedale un po' lontano. Sarebbe sconveniente mettersi con loro. Loro non possono riconoscermi ora. I meno giovani mi riconoscono come un professore, ma sono uno di loro, anche se devo stare a distanza. Anch'io ho studiato con facilità, come fanno loro, senza fatica e per ore. Anche in questo caldo, quando si studia, il tempo è fermo. Non sanno ancora quante imprecisioni si tramandino, e non vedono le omissioni. Molto di questo bisogna scoprirlo da soli, e talora ci vuole poco. Loro, possono passare un’intera notte svegli di guardia e continuare il mattino dopo. Io, aspetto la guardia ora con un po' di fatica, ma sono ormai pochi i trucchi e gli inganni delle malattie che non abbia già visto, ma ho bisogno del loro appoggio per spingere anch'io la nave. Se ne rendono conto? Il gruppo che vedo studiare è come un piccolo reparto militare e ha bisogno di unire le forze nello studio. Credono in quello che io ho creduto, ma durerà poco questo ritmo più semplice, è inutile farsi illusioni. Se sarò un bravo professore, potrò forse aiutare qualcuno, più con l'essere presente che con le azioni. Loro non possono riconoscermi come uno di loro quando passo, non lo sopporterebbero. Passarli mi tranquillizza un po', non è già poca la strada che ho fatto, ed è come girarsi verso la discesa scalata, pensando a minori insidie quando i metri sicuri davanti sono pochi. Cammino lungo il muro, inizia il traffico inutile e caotico dell'ospedale. Facce stanche e irritate iniziano la lunga coda del parcheggio. Di lì inizia una coda per un’altra coda. Chi può essere contento? Poco è il potere dei medici, e nessuno lo sa. Quando si arriva qui, molto è già scritto, e la fatica si aggiunge alla malattia già dal cancello. Passo rapidamente e trovo i colleghi più indaffarati degli istituti di ricerca. Qui la luce è diversa e gli ammalati sono meno. Tutto quello che ho imparato, l’ho appreso qui da medici più anziani. Ora ho preso una scomoda staffa. Non posso più fermarmi. Il bordo dell'ospedale ora si allontana solo un po', e anche le automobili. Uno spazio riservato dove si allarga il cielo e posso vedere le tracce d'aeroplani. Si preannuncia lo spazio di ingresso per il pronto soccorso. Ricordo le molte volte in cui ho atteso i miei pazienti e le poche volte che sono entrato in ambulanza o in auto per una malattia più vicina. E' sempre stato come tornare a un valido aiuto. Solo una volta, sono dovuto uscire da solo, ed è stata la liberazione da un dolore inutile. Molti i morti che ho toccato, ma quella volta non ho dovuto toccare. Corro ora verso il vecchio ingresso nella confusione delle macchine, persone, venditori e mendicanti nell’illegale kasba dell'ospedale italiano. La vita entra qui anche in questo modo e diluisce i pensieri. Arriva presto il prossimo paziente urgente, e corro all'ultimo lato che chiude il tracciato dove mi attendono. Entro dalla porta nascosta da cui non si può uscire da vivi, e raggiungo la mia postazione, l'unico posto per me sicuro, dove ogni giorno imparo a morire un po'.
Settembre 1961
Il parabrezza sembra grande dentro una FIAT 600 azzurra. Mio padre prima di partire si aggiusta sempre con cura le alette paraluce sopra la testa. Così faceva anche sul suo aeroplano durante la guerra. Le aveva costruite e aggiunte da solo per schermarsi dalla luce diretta del sole, vedere gli altri aeroplani e potersi difendere in volo. Le strade che scorrono sono grandi, e il parabrezza ampio e largo. Tutto è così sicuro. Seduto sulle ginocchia nel divanetto posteriore, guardo all'indietro le macchine che si avvicinano e ci sorpassano. Mio padre mi chiede di segnalargliele. Le FIAT sono le cinquecento, le seicento e le millecento, delle altre so solo il nome della marca, Alfa Romeo, Mercedes, BMV, e se ne vedono solo poche. Oggi i bambini non possono più sedersi così.
Settembre 1976
Entro nella piccola 500 ed è la prima volta che con il mio nuovo foglio rosa posso sedermi al posto di guida della macchina. Ho studiato per anni i manuali e i movimenti necessari. Mio padre si siede al posto di fianco e con tranquillità e sicurezza regola le mie e sue alette paraluce. I movimenti sono molto facili e non ho problemi a condurre la piccola macchina attorno a casa e anche in un breve tratto di autostrada. Tornato sotto casa, mio padre dice che non ho più bisogno di scuola di guida e da quel momento guiderò anch'io nei nostri viaggi familiari.
Settembre 2006
Sono molto stanco per la malattia di mio padre, che ormai non si sorregge in piedi. Con difficoltà lo carico a forza nel posto passeggero anteriore e regolo le alette paraluce, anche se la luce e' ormai quella della sera. E' tanto che non usciamo in macchina. Nel viaggio, anche se ormai la vista è molto calata, nota ancora i cambiamenti nelle strade. Lo sto portando in un bell’istituto di assistenza. Dovrò separarmi con un po' di difficoltà dal contatto continuo. Solo con 3 persone d’aiuto riusciamo a farlo scendere. Non si regge, è confuso, ma mantiene un po' del suo buon umore. La sua stanza all'ultimo piano è piena di luce, e ha una porta finestra molto alta. Nei giorni di sole si vedono alti gli aeroplani, sopra i bei cipressi dei colli fiorentini. Le veneziane possono essere chiuse se il sole è diretto, ma se ne lamenta meno ora. Si agita quando me ne vado, e io torno spesso; solo qui può essere ben accudito e trattato, come non potrei più fare nella sua casa. Qui è tutto attrezzato per la sua disabilità, e per fortuna impiega gli ausili come se lo avesse sempre fatto. La sua agilità è sempre stata tanta, ed era sempre lui ad aiutare gli altri. Qualche discorso non torna più, le frasi sono solo quelle vecchie. Oggi è molto agitato e suda. Arrivo di corsa. E' fermo su una carrozzina e pensa di essere stato tutto il giorno alla stazione centrale, confondendo le attività della residenza sanitaria con quelle della stazione. Ha chiesto a tutti “Avete visto, avete visto mio figlio, il dottore, quello grosso? Finalmente sei arrivato, dove sei stato? Sono sudato e ho fatto chilometri per cercarti. Prendi i vestiti e mettimi in macchina per andare a casa”. Ora muove solo un po' le braccia, deve essere aiutato nel mangiare e in bagno. “Qui sono gentili, ma non mi fanno nulla. Glielo ho detto, dammi il cappotto che vado da solo”. Il mio dolore è ogni giorno più grande, ma vedo il risultato dell'affetto e delle ore di riabilitazione e di assistenza. La mia forza a casa era finita. Sono ancora richiamato, ha spinto un infermiere ed ha cercato di uscire. Ha chiesto di telefonare ai carabinieri, mettendo tutti in agitazione. Babbo, che hai fatto? Perché volevi i carabinieri? (ha sempre molto rispetto alle forze dell'ordine) “In tutto questo tempo non mi ricordavo chi ero, ho avuto molta paura. E' terribile non sapere chi sei, allora ho chiesto di chiamare la polizia, così loro mi possono dire chi sono. Portami a casa.” Siamo spesso a trovarlo, in breve capisce solo a tratti di non essere a casa. Ogni giorno un nuovo piccolo problema; come neurologo posso un po' aiutarlo, ma la preoccupazione e' molta. Iniziano numerosi ricoveri in ospedale. Dopo qualche giorno, superato quello che può essere un lieve disturbo metabolico, o un’infezione, babbo torna nella sua bella stanza in alto, con vista del cielo e degli aeroplani. In ambulanza segue talvolta i nomi delle strade e si lamenta di non poter vedere bene. Ora le braccia sono quasi ferme come le gambe, non può mangiare. A tratti si sveglia e mi chiede di chiudere gli scuri. Oggi è freddo. Dice che bisogna prendere una macchina piccola ma efficiente per la mamma che possa muoversi da sola. Vuole solo dormire e non segue più gli aeroplani. Non conto più i ricoveri, la pressione é a zero, si alimenta solo con un sondino, muove solo un po' la testa. Al pronto soccorso nella ecografia il cuore è quasi fermo. Babbo, ti sposto queste luci forti in volto. Grazie, ci vediamo dopo. Ho perso così la sua traccia.
Una giornata di aggiornamento a Roma, vado al ministero. Non voglio prendere un albergo, ma partire presto la mattina, il viaggio non è troppo lungo, anche se non è piacevole svegliarsi così presto. Quella mattina, come professore, posso prendere un biglietto di prima classe. Da bambino, nel mio paese della pianura padana, il treno passa due volte al giorno. Si parte alle 11.30 e dopo tre ore si arrivava a Parma. Oggi ci vogliano per lo stesso viaggio 50 minuti. Da Parma il treno torna la sera quando ormai è buio. In paese, la partenza del treno è annunciata dal movimento delle persone. In piazza c’è un lieve agitarsi e piccoli bagagli sono portati alle poche automobili. La puntualità del treno è leggendaria e un ritardo di 5 minuti diventa la notizia del giorno. Il treno ha una motrice a vapore e visto oggi sembrerebbe venire dal far west. Dal centro dei binari in stazione appare in lontananza un piccolo segnale di vapore che viaggia verso l'alto. Se non c'è vento, piccole nuvole di fumo bianco vanno a raggiungere le tracce degli aeroplani, sempre presenti a quell'ora del giorno. Quando il treno è ormai a mille metri, si sentono le vibrazioni dei binari, e in stazione i bagagli sono messi in spalla e in braccio. Dietro la motrice, la carrozza che porta il carbone, da dove è trasferito poco a poco con una semplice pala nella caldaia della motrice. Si sente nell'aria il calore della motrice, piacevole in inverno e fastidioso in estate. Rispetto ad oggi il treno è molto lento. Parte con estrema lentezza, e sembra di poterlo prendere anche in corsa per almeno un minuto di accelerazione. La frenata avviene rilasciando la pressione di trazione con una leva. L'energia del treno vene allora consumata dal dover far girare gli ingranaggi del motore. Ci vogliono almeno 500 metri per fermare completamente il treno. I passeggeri sono disposti sulla pensilina. Nei pacchi si possono riconoscere avvolti nella carta i molti prodotti della campagna che sono portati in dono. Si può sentire l'odore dei salumi, dei formaggi, delle galline appena pulite. In capotreno, sede della prima classe, alcune volte, appare un personaggio diverso, un parlamentare, un dottore o un avvocato. Tutti lo riconoscono, e se ne comunicano il nome. Il suo vestito è di tessuto leggero e non di velluto. D'inverno ha un cappotto e non il pesante tabarro di tutti i giorni per i contadini. É il passeggero della prima classe. Il biglietto di prima classe va prenotato. Allora a Brescia o Parma è aggiunta la carrozza di prima classe, che ha un trattamento davvero speciale. Nel treno ogni piccolo scompartimento ha una porta che si apre verso l'esterno. Nella carrozza di prima classe la porta non è in metallo ma rivestita di legno, le panche e gli schienali sono in legno come nella seconda classe, ma ci sono dei piccoli cuscini. Il portabagagli é un po' separato e in alto. Se sei seduto, non hai la testa sormontata dalle valigie e dai salumi che a ogni frenata rischiano di caderti in testa. Il vetturino ha pulito con olio di lino il legno della prima classe, e é quello l'odore che si sente quando si apre la carrozza della prima classe. Il viaggio dura moltissimo, ed è molto stancante. Nella prima classe su un ripiano di legno, agganciato un po' più in basso del portabagagli, un vassoio bianco, con una bottiglia d'acqua e bicchieri di vetro verde molto spesso. Finito il controllo dei biglietti, ai viaggiatori della prima classe si serve l'acqua. Gli altri bevono nello stesso momento, dai loro fiaschi d’acqua tappati con sughero o paglia. Il paesaggio, tutto uguale, scorre lento. I passeggeri conoscono le singole cascine e possono parlare con i loro parenti che li aspettano di fuori. Le stazioni sono case isolate lungo la ferrovia. Il nome del paese è scritto con caratteri cubitali e si puó davvero leggere a distanza. Solo in un paese un po' più grande, un piccolo giardino circonda la stazione lungo la ferrovia, e ha una piccola fontana. Il treno si ferma su un binario di servizio, un braccio meccanico porta l'acqua alla caldaia dall'alto e si fa rifornimento di carbone. In un lavandino protetto da una piccola pensilina, il vetturino lava la bottiglia e i bicchieri, mentre i passeggeri della seconda classe bevono alla fontana. Intanto, la moglie del capostazione ha preparato il caffè che è servito, già zuccherato, solo nella prima classe, in tazze di vetro. La porta fra la prima e la seconda classe è sempre chiusa, ma l'odore del caffè riesce a filtrare. Oggi in prima classe andando a Roma, sentirò ancora l'odore di quel caffè.
I guardiani della Martinella e l'urogallo di nonno Cesare
A inizio giugno si avvicina la fine della scuola. Attendo con ansia non tanto il risultato scolastico, ma le lunghe vacanze in montagna con gli altri ragazzi. Noi siamo i guardiani della Martinella, il bel monte che si staglia sopra il piccolo borgo dove trascorro l'estate assieme alle famiglie di villeggianti. La voglia di spazio e libertà è molta. Di inquinamento non si parla ancora. Affrontiamo liberamente il pendio boschivo pieno di fiori ed animali della Martinella. In cima al monte un importante forte austriaco, il principale a proteggere la possibile avanzata degli italiani, in quella che era Austria. Vi sono molti resti della guerra e noi ragazzi ci spostiamo rapidamente fra le differenti postazioni. Conoscere ogni luogo ci rende sicuri. Sicuramente questo monte non ha segreti per noi. Pensiamo di esserne padroni come veri montanari. A inizio luglio ci sono ancora poche persone e il profumo dei campi si mischia a quello dei fiori, in particolare dell'arnica e del garofano selvatico. Partiamo al mattino di grande passo e dopo un’ora abbiamo già preso possesso della cima del forte della Martinella, e siamo in pieno controllo militare del paese. Dall'alto vediamo l'intero pendio e il paese di Folgaria. Guardiamo con un po' di superiorità i turisti che arrancano lungo l'antica mulattiera, a piedi, o anche con macchine inadeguate. Ci muoviamo per spostarci rapidamente nel bosco senza farci vedere. Nel paese lontano i pochi abitanti stanziali e qualche villeggiante si avventurano nei sentieri per i tratti più vicini al paese. Se il sole è alto, il verde è così intenso da brillare, e il cielo è una maiolica risplendente. Le macchine sono poche, lontane, se ne sente più il puzzo che il rumore. Lungo la strada che parte dalla vecchia scuola austriaca, un uomo anziano cammina lentamente. Un cappellino bianco protegge i bei capelli bianchi, e si separa dagli altri un po' di più verso il pendio. Sembra notarci anche se così da lontano, e individuarci, la sera, all'ora di cena, quando rientriamo nei ranghi della vita del paese. “Nonno” Cesare si muove lentamente per l'età, con qualche incertezza, a tratti usa il bastone per salire, un montanaro lo fa senza pudore. È spesso circondato da molte persone che vengono dalla città per parlarci, con cui s’intrattiene solo per un po', non dimenticando di spingersi almeno un po' ogni giorno verso la Martinella. Deve essere una persona importante e rispettata. Molte persone lo accompagnano, ma solo per lui la Martinella ha un significato speciale, come per noi. Veniva anche lui da bambino in vacanza quando il paese era in Austria. Ha visto costruire il paese dagli austriaci, ha visto la sua distruzione in guerra e la ricostruzione. Nelle sue parole, come in una favola, seguiamo il tracciato dell’antica teleferica che è servita a costruire la fortezza. La preparazione alla guerra ha allora modificato la montagna. La mulattiera medioevale è diventata la strada di ora, percorribile con i primi camion nel 1913. Il fondo della strada nei tratti non esposti al ghiaccio ha ancora le pietre intagliate perfettamente come in un grande mosaico. Le pietre tagliate lasciano alla vista le belle ammoniti fossili nelle posizioni più visibili, un tocco di grazia. Ma le ammoniti più belle sono un po' nascoste dentro il forte. Nascosto, è anche l'accesso alla grande vasca di raccolta dell'acqua, ancora perfettamente piombata e celata perché pericolosa. Si può buttare un sasso da una feritoia nella volta e ci vogliono molti secondi per sentire il tonfo nell'acqua. Nonno Cesare ci parla della organizzazione delle truppe, dello sfollamento degli abitanti fino in Ungheria, delle case sequestrate e ristrutturate per i soldati, dei bombardamenti italiani così efficaci, dell'andamento della guerra in un forte che davvero rimane l'esempio della solidità di un epoca militare ormai finita da tanto. Attorno al forte nonno Cesare ci insegna a riconoscere uno per uno gli alberi, l'abete, il larice, il carpine etc. Nonno Cesare abita a Milano in realtà, ma vorrebbe come noi stare sempre qui. Ogni pianta e ogni fiore hanno una loro storia e io non me ne ero mai accorto. Nonno Cesare conosce tutte le stagioni della montagna, e noi possiamo controllare dal vivo tutto quello che ci dice. In alto si avventurano in pochi, solo talvolta mio padre, con il passo certo del montanaro. Noi ci nascondiamo alla vista nel bosco durante ogni invasione. Nel blu di Maiolica in alto ci sono lunghe strisce di vapori bianchi degli aerei caccia della base di Vicenza.
L'indomani mattina, come ci ha detto nonno Cesare, ci svegliamo presto per appostarci e seguire i caprioli. Si nascondono nel bosco e bisogna aspettarli al mattino presto, vicino ai resti della fontana detta dell'imperatore, dove filtra un po' d'acqua. Le condutture vecchie perdono un po' ora. I caprioli stanno fermi fra le piante che è ancora l'alba. Noi siamo assonnati ma bisogna stare fermi e non farsi sentire. Ecco apparire primi gli adulti e poi i cuccioli per abbeverarsi rapidamente. Torniamo poi a casa, contenti, con il cuore di piccoli esploratori. Abbiamo visto da vicino il branco dei caprioli! A cosa ci serve la scuola e la città! Nonno Cesare ci parla allora di un animale straordinario, l'Urogallo. È grosso quanto un tacchino e si chiama anche gallo cedrone. Non bisogna certo valutarlo per le dimensioni. È robusto e ha un bel becco colorato. Vive nascondendosi nel bosco e non è facile vederlo. Bisogna coglierlo quando è ancora in giro a cercare il cibo. Solo nella stagione degli amori il grande maschio compie la parata, una grande danza con gli altri maschi, ed emette un forte urlo per essere notato. Ci siamo appartati più volte ai bordi del bosco, qualcuno ha visto anche qualcosa muoversi, ma sarà stato il solito cucciolo di capriolo, o anche solo il sonno arretrato. Cosa avrà di così particolare quello che è in fondo un tacchino selvatico? Nonno Cesare racconta che è un animale molto bello e che nonostante le dimensioni incute timori per i rapidi spostamenti e il becco forte. Non abbiamo mai un segno della sua presenza anche appostandoci dove dice nonno Cesare. Esisterà davvero?
I monti sono pieni di urogalli e noi non sappiamo trovarne uno, e si avvicina la fine dell'estate e il nostro ritorno a scuola. Nonno Cesare è sempre impegnato con studenti e studiosi e si muove raramente verso il bosco della Martinella, solo nei giorni di sole, e cammina lentamente. E’ un piccolo berrettino bianco che ripara gli occhi dal sole un po' alto già, e lo sguardo si sposta alle montagne lontane, l'Adamello e il Brenta, al monte Baldo e al Pasubio quelle più vicine. Scendiamo dal bosco per parlare con il nonno e lui ci chiede dell'urogallo. Noi siamo un po' paurosi perché non lo abbiamo visto e ormai non ci crediamo più. Le sue parole ci riportano a una montagna felicemente isolata, senza macchine e villeggianti, povera, selvaggia, fino alla guerra che la ha trasformata. Guardo con lui il pendio della Martinella e sono trasportato lontano nel tempo dalla sua voce solo un po' appannata. Presto torneremo alla città, con il ricordo del verde dei monti che ci accompagnerà durante la scuola. Farò una ricerca sull'urogallo.